L’orchestra del Titanic

di  DOMENICO GALLO

l’Italia, accodandosi alla bellicosità USA ha scelto di indurire il confronto militare fra i due blocchi ed è assurdo che questa scelta insensata ed irresponsabile venga presentata come un impulso al dialogo e ad una soluzione diplomatica della crisi.

Di fronte alla prospettiva del ritorno della guerra in Europa presagita dalla crescente pressione militare fra la NATO e la Russia sul fronte della crisi dell’Ucraina, stupisce il silenzio assordante dell’Italia, che appare completamente afona. La spiegazione ufficiale di questo silenzio ci è stata fornita l’8 febbraio attraverso le comunicazioni alle Commissioni esteri e difesa di Camera e Senato del ministro degli esteri Di Maio e del Ministro della difesa Guerini.

Adesso sappiamo perché non si sente la voce dell’Italia sul piano internazionale, perché non abbiamo niente da dire rispetto alla nuova guerra fredda che stiamo vivendo, salvo che noi siamo membri attivi di questo scenario e non abbiamo alcuna intenzione di dissociarci.

Per dire signorsì, non c’è bisogno di alzare la voce, né di gridarlo sui tetti. Anche per questo la posizione espressa dal Governo italiano sulla crisi dell’Ucraina è passata completamente sotto silenzio nella stampa e nei media. Di fronte a tanta sprovvedutezza, l’impressione è quella dell’orchestra che suona sul Titanic.

Di Maio e Guerini hanno cantato in coro: siamo i più fedeli alleati della NATO. “Il rapporto transatlantico è il cardine della sicurezza e della pace in Europa e chi coltiva l’obiettivo di dividerci resterà deluso” ha dichiarato con fierezza Guerini.

Per spiegare quanto siamo fedeli al rapporto transatlantico, il Ministro della Difesa ha specificato che occorre rafforzare il dispositivo militare della NATO specialmente sul fronte dell’Europa orientale ed ha rivendicato il contributo militare dell’Italia per “rafforzare la deterrenza”.

Ha anche fatto cenno alle manovre militari in corso che oltre ad essere utili per testare l’operatività delle forze armate “svolgono anche un ruolo essenziale nella comunicazione strategica nei confronti della controparte”. In altre parole con le manovre militari noi mostriamo i muscoli al nostro avversario.

Quindi ha precisato che le misure militari esposte “da un lato consentono un rafforzamento della deterrenza e dall’altro rappresentano un impulso a continuare il dialogo per favorire una soluzione diplomatica”.

Orbene quando le scelte politiche e militari determinano, come in questo caso, una crescita della tensione sul campo, astrattamente vi sono solo due vie di uscita: o si inizia una de-escalation militare (e di conseguenza politica) ovvero si insiste nell’accumulare la minaccia militare sperando di scoraggiare l’avversario con una dimostrazione soverchiante di forza.

Evidentemente l’Italia, accodandosi alla bellicosità USA ha scelto questa seconda strada, ovvero di indurire il confronto militare fra i due blocchi ed è assurdo che questa scelta insensata ed irresponsabile venga presentata come un impulso al dialogo e ad una soluzione diplomatica della crisi.

Da questo punto di vista non sono rassicuranti le comunicazioni del Ministro Di Maio, che sulla questione politica centrale, vero nodo della crisi, ovvero l’ingresso della NATO e dei suoi armamenti in Ucraina ha chiuso la porta ad ogni dialogo ribadendo che la scelta della porta aperta della NATO nei confronti di Ucraina e Georgia rappresenta “un principio irrinunciabile”.

Per Di Maio l’Ucraina ben può diventare la lancia della NATO nel costato della Russia e ciò non deve preoccupare Putin. Preoccupa invece, che la Bielorussia possa diventare la lancia della Russia nel costato dell’Europa orientale.“In un contesto di crescente tensione sul versante dell’Europa orientale – ha osservato

Di Maio – è un elemento di forte preoccupazione la tenuta in Bielorussia il prossimo 27 Febbraio del referendum confermativo di una nuova Costituzione. L’articolo 18 di questo progetto di riforma non prevede più il concetto di neutralità internazionale della Bielorussia e in più apre le porte anche all’eventuale dispiegamento di armi nucleari sul territorio bielorusso, a tal riguardo lavoreremo in stretto raccordo in ambito e con i nostri alleati NATO per concordare una posizione comune rispetto a questo nuovo scenario”.

Se deve essere neutrale la Bielorussia, forse dovrebbe esserlo anche l’Ucraina. In una recente intervista l’ex ambasciatore italiano a Mosca, nel tempo della guerra fredda, Sergio Romano ha dichiarato: “il Paese doveva diventare neutrale. C’erano anche ottime ragioni perché l’Unione europea si esprimesse in questi termini, però devo confessare che non avevo fatto i conti con gli Stati Uniti. Non avevo fatto i conti con il fatto che gli Stati Uniti hanno bisogno di un nemico. Hanno bisogno di un grande nemico perché il nemico giustifica la loro politica, la loro politica delle armi, la loro industria delle armi. Quelle grandi industrie militari della California che cosa farebbero se non ci fosse un nemico?”

Poiché i nostri interessi non coincidono con quelli del complesso militare industriale americano, è giunto il caso di chiederci se non è giunto il momento di smantellare il nemico. Per favore, fermate l’orchestra ed invertite la rotta, prima che il Titanic vada a sbattere contro l’iceberg.


MARTEDÌ LA GUERRA

di RANIERO LA VALLE

Newsletter n. 249 del 16 Febbraio 2022

Notizie da Chiesa di tutti Chiesa dei poveri

 

Cari Amici,

domenica scorsa “la Repubblica” ha annunciato con un lungo articolo a pag. 3 che ieri, martedì, la Russia avrebbe invaso l’Ucraina, e quindi oggi o domani sarebbe scoppiata la terza guerra mondiale, in quanto Biden e gli alleati occidentali erano uniti per “far pagare alla Russia il prezzo più alto che abbia mai visto finora”.

Forse è bene ricordare che tra i prezzi più alti finora pagati dalla Russia ci sono stati Napoleone alle porte di Mosca e l’assedio nazista di Leningrado, e che la prima guerra mondiale è scoppiata per molto meno.

A pag. 2 dello stesso numero domenicale della “Repubblica” si dava la notizia dell’ultimatum di Biden a Putin, a pag. 4 si annunciava che mille militari italiani avrebbero partecipato a questa nuova campagna di Russia schierandosi sul fianco Sud-Est; per il “Corriere della Sera” sarebbero stati duemila, ma mille più o mille meno non importa, l’effetto mediatico è lo stesso; tutti i giornali informavano inoltre che gli occidentali, compresi i nostri compatrioti, erano stati invitati dai rispettivi governi e ministri degli Esteri a fuggire dall’Ucraina prossima all’invasione e a tornare a casa, ciò che però gli italiani, in un’Ucraina che per parte sua si diceva tranquilla, si guardavano bene dal fare.

Tutte le notizie sulla minaccia russa la “Repubblica” le aveva sapute dalle agenzie, che le avevano sapute da Biden, che le aveva sapute dall’ “intelligence” (che tradotto vuol dire “intelligenza”) la quale le aveva sapute dai generali russi che spensieratamente si comunicavano per telefono, in linguaggio non cifrato, i piani d’invasione, discutendo l’alternativa se fare “la terra bruciata” o marciare direttamente su Kiev.

Il “casus belli” era che la NATO  voleva estendersi in Europa fino a inglobare l’Ucraina, giungendo a un passo da Mosca. I russi, sentendosi minacciati, reagivano  schierando la loro armata sul confine.  Non potevano certo, per difendersi,  contare come a suo tempo  sul “generale Inverno”, perché  il clima intanto si era riscaldato, le divise nemiche erano molto più pesanti e da fronteggiare non c’erano i fanti o la cavalleria di Napoleone ma i carri ed i missili dell’alleanza atlantica; del resto i russi si ricordavano bene che quando  Krusciov aveva voluto mettere i missili balistici a Cuba, in risposta a quelli americani in Turchia, gli Stati Uniti non ci avevano pensato due volte a mandare la loro flotta e allestire  il blocco navale dell’isola e dunque era altrettanto giustificata ora la loro reazione di inscenare una dimostrazione di forza sulla linea di confine.

Quella volta era intervenuto papa Giovanni a scongiurare i contendenti a fermarsi prima di cadere nel baratro; questa volta papa Francesco  lo ha fatto domenica all’Angelus, rivolgendosi ai responsabili politici con una sobrietà che faceva supporre un suo intervento ben altrimenti pressante.

Lunedì gli americani trasferivano la loro ambasciata da Kiev a Leopoli, pensando forse che avviata la terza guerra mondiale,  il vero problema sarebbe stato che la loro rappresentanza e la loro bandiera continuassero a esibirsi in Europa, lontano dal fronte.  Le notizie si facevano poi più incalzanti. Secondo la CNN l’invasione sarebbe avvenuta oggi mercoledì, la CBS riferiva da parte sua l’affermazione del segretario di Stato americano secondo cui Putin aveva già messo  i suoi obici in posizione di tiro, una “esperta” a “Otto e mezzo” diceva che avendo Putin schierato tante truppe, avrebbe fatto una brutta figura se poi non avesse dato corso all’invasione, dando perciò anche lei la guerra per scontata.

Però né ieri né oggi l’Ucraina è stata invasa, le artiglierie pronte all’uso non hanno sparato,  un po’ di soldati russi sono tornati indietro,  i militari italiani sono rimasti a casa (perché semmai deve decidere il Parlamento, e questa è una bella novità); tuttavia Biden non si è dato pace e ha ripetuto ieri che Putin “pagherà un prezzo immenso”, giornali e televisioni hanno continuato ad accusare la Russia del crimine di voler stabilire una sua zona d’influenza in Europa, mentre nessuno si era preoccupato quando alla vigilia del Duemila dei compassati signori negli Stati Uniti volevano instaurare “il nuovo secolo americano”  estendendo la zona di influenza e la sovranità americana su tutto il mondo.

Dunque la bella notizia è che per ora la terza guerra mondiale non è scoppiata, per il semplice fatto che una parola rassicurante l’ha detta a Putin il cancelliere tedesco ritirando la minaccia di un ingresso dell’Ucraina nella NATO, e che oggi siamo ancora qui, non inceneriti, a raccontarlo  (anche se il generale americano Allen aveva detto: “il conflitto è già iniziato”); ma la cattiva notizia è che siamo in mano a degli irresponsabili che sono al comando delle nazioni, e a dei garruli informatori che ignorano il senso delle loro parole, e tutti insieme rendono di giorno in giorno più precario il nostro futuro e la nostra vita.

Se una conclusione da tutto ciò si può trarre è che una grande riforma si deve fare sul modo di stare sulla Terra, e che bisogna passare dal diritto sovrano e discrezionale degli Stati alla guerra, al diritto collettivo e indisponibile dei popoli alla pace; una Costituzione mondiale che “ripudi la guerra” appare dopo questi fatti politicamente più lontana, ma nel contempo ancora più necessaria ed urgente, e sono  i popoli che  ne devono prendere in mano la causa.

Nel sito pubblichiamo un articolo di Domenico Gallo sulla colpevole acquiescenza dell’Italia, a cui sembra che la NATO vada bene comunque, dovunque voglia arrivare, e una significativa lettera paterna a Giancarla Codrignani, in occasione della sua “entrata in politica”. Con i più cordiali saluti

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