Lo ricordiamo pubblicando l’articolo ed una brevissima biografia apparsi su “il manifesto” del 13 Agosto 2020.

Pedro Casaldáliga Plá ( * Balsareny16 febbraio 1928   +  Batatais8 agosto 2020) è stato un vescovo cattolico e teologo spagnolonaturalizzato brasiliano. Entrato nella Congregazione dei Missionari figli del Cuore Immacolato di Maria (Claretiani)  nel 1943, fu consacrato sacerdote a Montjuïc, Barcellona, il 31 maggio 1952 e nel 1968 si trasferì in Amazzonia,

Divenne amministratore apostolico della prelatura territoriale di São Félix il 27 aprile 1970 e papa Paolo VI, il 27 agosto 1971 lo nominò  primo prelato di São Félix. Fu consacrato vescovo il 23 ottobre successivo. Presentò, al compimento dei 75 anni di età, la rinuncia al governo della prelatura, per raggiunti limiti d’età, rinuncia accolta da papa Giovanni Paolo II il 2 febbraio 2005.

“Una ventina di anni fa il vescovo Pedro Casaldáliga – catalano di nascita, brasiliano di adozione e «patrimonio di tutta l’umanità» – celebrava una messa nel giorno dei defunti nel “Cimitero dei karajás”, a São Félix do Araguaia, in Mato Grosso. Il cimitero della gente più povera della regione, quello in cui hanno trovato sepoltura tanti indigeni e tanti senza terra sfruttati nelle fazendas dedite all’allevamento del bestiame. Alla fine della messa, il vescovo disse: «Voglio che tutti voi ascoltiate attentamente, perché intendo parlare di qualcosa di molto serio: è qui che io voglio essere sepolto».

Ed è lì che ieri sono stati portati i suoi resti mortali, dopo la messa funebre nella cappella dei claretiani di Batatais, dove sabato don Pedro si è spento all’età di 92 anni per una grave infezione respiratoria, e dopo quella nel Santuario dei Martiri della Caminhada (parola bella ed efficace che in Brasile si usa spesso per indicare l’impegno del popolo per la liberazione), nella località di Ribeirão Cascalheira, in Mato Grosso, dove il feretro è arrivato dopo un viaggio di oltre 1.100 chilometri. Un santuario costruito nel luogo in cui, nel 1976, in piena dittatura, era stato ucciso il gesuita João Bosco, vicario del vescovo, da un soldato che lo aveva confuso con lui, quando i due si erano recati nella sede della polizia militare per intercedere a favore di due donne che erano state arrestate e torturate.

L’ultimo saluto ha avuto luogo ieri nel Centro Comunitário Tia Irene della sua São Félix do Araguaia, dove il suo corpo è stato posto su una canoa indigena, accanto al remo del popolo Iny con cui, al momento della sua consacrazione episcopale, aveva sostituito il baculo (pastorale), al cappello di paglia sertanejo adottato al posto della mitria e a un cero pasquale, a indicare le uniche opzioni per lui possibili: o vivi o risorti.

A São Félix do Araguaia don Pedro era arrivato alla fine nel 1968, dopo 7 giorni di viaggio, quando era solo un piccolo villaggio di 600 abitanti, ai margini del Rio Araguaia. E lì avrebbe combattuto fino alla fine la sua battaglia al lato dei poveri: indigeni, contadini, senza terra, lavoratori ridotti in schiavitù, immigrati poveri del Sud. E, nella maniera più radicale, contro il latifondo, il capitalismo, il colonialismo, l’imperialismo. «Ti scomunicano con me i poeti, i bambini, i poveri della terra», avrebbe scritto nella sua Ode a Reagan.

Già il primo giorno dal suo arrivo, si era trovato di fronte a quattro corpi di neonati morti, sistemati in scatole di scarpe di fronte alla sua casa, perché venissero seppelliti. «O ce ne andiamo via da qui oggi stesso o ci suicidiamo o troviamo una soluzione per tutto questo», aveva detto al suo compagno missionario Manuel Luzón, secondo quanto racconta il giornalista Francesc Escribano nella biografia “Descalço sobre a Terra Vermelha”, che racconta la vita di don Pedro seguendo il filo rosso delle grandi cause della sua esistenza.

Da lì a tre anni, nel 1971, avrebbe scritto la sua prima, famosissima, lettera pastorale, “Uma Igreja da Amazônia em conflito com o latifúndio e a marginalização social”: 80 pagine di testimonianze con nomi, cognomi, luoghi, fazendas. «L’ingiustizia ha un nome in questa terra: latifondo. E l’unico nome vero dello sviluppo qui è la riforma agraria».

Più volte minacciato di morte, aveva evitato l’espulsione dal Brasile da parte della dittatura solo per l’intervento diretto di Paolo VI («Chi tocca Pietro, tocca Paolo»). E, dopo il suo sostegno alla Nicaragua sandinista e alla Cuba di Fidel Castro, aveva evitato la condanna da parte del Vaticano, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, solo grazie all’intervento della Conferenza dei vescovi brasiliani.

I poteri – di ogni tipo – lo hanno avversato fino alla fine. Nel 2012, all’età di 84 anni e in condizioni critiche di salute, essendo già gravemente provato dal «fratello Parkinson», aveva dovuto temporaneamente lasciare la sua casa e la sua comunità in seguito a nuove minacce, essendogli imputata la responsabilità della demarcazione della terra xavante situata tra i municipi di São Félix do Araguaia e Alto da Boa Vista, nel nord del Mato Grosso.

Ancora nel 2018, il giorno precedente al primo turno delle elezioni presidenziali, i manifestanti bolsonaristi che sfilavano in macchina per la città hanno strombazzato i clacson con più forza passando davanti alla sua modesta abitazione.

Vescovo dei poveri, santo, profeta, poeta e mistico: in tantissimi – politici, attivisti, ong, istituzioni, cittadini comuni – lo hanno pianto in questi giorni, inondando di messaggi le reti sociali. Ed è facile prevedere che il cimitero abbandonato voluto da don Pedro come luogo della sua sepoltura diventi presto una meta di pellegrinaggio. Sulla tomba del vescovo, l’epitaffio scelto da lui stesso: «Per riposare / io voglio solo/ questa croce di legno / come pioggia e sole / questi tre metri di terra / e la Resurrezione!».”

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