Author

paxchristiivrea@gmail.com

Browsing

La città di Ivrea ha compiuto un altro passo sul cammino verso il disarmo e la pace.

Il 6 Luglio scorso, giorno precedente la Festa patronale di San Savino e del quarto anniversario dell’approvazione del Trattato ONU sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW),  la Giunta comunale ha deliberato l’iscrizione del sindaco di Ivrea alla rete dei “Sindaci per la Pace” (Mayors for Peace).

Il sindaco Stefano Sertoli ha così risposto all’invito da me inviato dopo il presidio davanti al municipio di Ivrea, organizzato da varie associazioni  il 22 Gennaio 2021, giorno dell’entrata in vigore del Trattato.

Questa associazione, alla quale hanno finora aderito oltre ottomila città e oltre 500 italiane, è nata nel 1982 dai Sindaci di Hiroshima (che la presiede) e Nagasaki, per coinvolgere i sindaci delle città del mondo, possibili obiettivi delle armi atomiche, affinché promuovano nel loro territorio iniziative culturali, educative e di pressione politica per il raggiungimento del completo disarmo nucleare.

Come ho scritto al sindaco di Ivrea, inviando il compiacimento per l’adesione a Mayors for peace,a nome delle associazioni che a Ivrea sostengono la Campagna “Italia ripensaci”, “questo è un altro passo in linea con le varie iniziative per la pace promosse nella nostra città di Ivrea e con l’impegno assunto in Consiglio Comunale il 10 febbraio 2021, di continuare a chiedere al governo italiano la ratifica del Trattato di disarmo nucleare e la rimozione delle armi atomiche americane presenti sul territorio italiano, armi non solo immorali ma ora anche illegali, che l’Italia deve ripudiare”.

Pierangelo Monti, Presidente del MIR
__________________________________________________________________________________
(Si allega la delibera e la domanda di iscrizione)

altri relativi riferimenti di rete:

La Sentinella del Canavese

Cento Torri

Comune.Ivrea.To.it



Israele, i diciannovenni Eran e Udi sono in carcere per seguire l’esempio di quei loro coetanei della cui obiezione di coscienza abbiamo già scritto: essi si rifiutano di far parte dell’esercito israeliano che occupa i territori abitati dai palestinesi.

Sosteniamoli!

il presente articolo fa seguito al precedente qui pubblicato circa la lettera aperta di 20 ragazzi israeliani obiettori


La lettera di Eran

Mi chiamo Eran, ho 19 anni e vivo a Tel Aviv. Mi rifiuto di essere arruolato nell’esercito israeliano perché non sono disposto a prendere parte all’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Ho già scontato 14 giorni di carcere militare e domenica scorsa il tribunale militare mi ha condannato ad altri 20 giorni di carcere.

Fin da piccolo ho cercato di capire la situazione politica in Israele e i rapporti di potere tra israeliani e palestinesi. Dopo aver fatto ricerche sull’argomento, sono arrivato a capire la realtà quotidiana dei palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana. Più imparavo a conoscere il blocco di Gaza e la mancanza di diritti umani di base per i palestinesi in Cisgiordania, più mi era chiaro che non potevo accettare di diventare un soldato e prendere parte all’oppressione del popolo palestinese.

Nella mia dichiarazione alla commissione dell’esercito per la concessione di esenzioni per motivi di coscienza, ho dichiarato le ragioni del mio rifiuto del servizio militare.

Mi rifiuto perché credo che:

  • sia immorale e irragionevole tenere il popolo palestinese sotto il controllo militare e il blocco senza concedergli diritti civili e politici, e violando continuamente i suoi diritti umani.
  • tutti gli esseri umani debbano essere governati da istituzioni che li rappresentino.
  • arruolarsi nell’esercito legittimi l’occupazione e la serva.
  • Israele potrebbe e dovrebbe porre fine all’occupazione immediatamente, sia con un accordo, sia con il ritiro, sia con la concessione della cittadinanza al popolo palestinese e la creazione di uno stato bi-nazionale per palestinesi e israeliani.

Mi rifiuto perché rispetto le regole e le norme del diritto internazionale e della comunità internazionale, che rifiutano l’occupazione israeliana.

Il primo giorno del mio servizio militare ho rifiutato l’arruolamento e l’esercito mi ha mandato a giudizio in un tribunale militare. Uno degli ufficiali presenti mi disse che voleva evitare che andassi in prigione e che aveva una soluzione che mi avrebbe permesso di prestare servizio entrando nella polizia israeliana, per il mio servizio. Ho accettato, credendo che in quel modo avrei potuto servire il paese senza prendere parte all’occupazione.

Sono stato invitato a un colloquio per le forze di polizia nella sede nazionale di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est occupata. Ho rifiutato perché non sono disposto a invadere i territori palestinesi. Di conseguenza la polizia non mi ha riconosciuto come obiettore di coscienza e mi ha rimandato al tribunale militare. L’ufficiale che mi ha suggerito di entrare in polizia era arrabbiato per la mia “testardaggine” ma ha detto che avrebbe cercato di cambiare la decisione della polizia. Sono stato chiamato a un altro colloquio a Gerusalemme Ovest.

Lì, sono stato respinto per aver dichiarato che non avrei riferito o usato informazioni riguardanti i Territori Occupati che avrei ricevuto durante il mio servizio di polizia. Sono stato processato ancora una volta da un tribunale militare e sono stato condannato a 14 giorni di prigione.

Dopo i tentativi falliti dell’esercito di trovarmi una posizione di servizio che non fosse contro la mia coscienza, la mia conclusione è che non è possibile servire nell’esercito o nella polizia senza prendere parte all’occupazione. Dopo 54 anni l’occupazione è penetrata in tutte le posizioni di sicurezza in Israele. È inevitabile e cesserà solo quando l’occupazione stessa avrà fine.

In solidarietà,

Eran

Scrivi a Eran una lettera di sostegno!

—————————–

collegamenti di rete che trattano dell’obiezione di Eran:

assopacepalestina.org

serenoregis.org


lo sciopero della fame di Udi

“Ho deciso di entrare in sciopero della fame perché credo che la mia carcerazione sia illegittima”, ha spiegato Udi ad Haaretz. “Il mio rifiuto di fare la recluta è basato su motivi ideologici, soprattutto per via dell’occupazione. Ho deciso di non fare il servizio militare perché non voglio far parte di nessun apparato militare. Ho frequentato una scuola ebreo-araba, e prima di essere chiamato alle armi ho realizzato che unendomi all’esercito avrei buttato al vento tutto ciò che avevo imparato, visto che la coesistenza e l’occupazione non possono andare assieme”.

—————————–

collegamenti di rete che trattano sulla obiezione di Udi Segal:

uffingtonpost.it

ilfattoquotidiano.it

altri collegamenti di rete dove si tratta di giovani israeliani obiettori:

redattosociale.it

osservatoriodiritti.it

famigliacristiana.it

peacelink.it

9 Luglio 1955 – 9 Luglio 2021: a 66 anni dal Manifesto Russell-Einstein per la pace ed il disarmo nucleare…

Dall’articolo su Rete Pace e Disarmo

9 Luglio 1955, Caxton Hall, Londra.

Sessantasei anni fa veniva rilasciato uno dei più importanti documenti sulla denuncia della minaccia rappresentata delle armi nucleari per il genere umano: il Manifesto Russell-Einstein.

Poco prima della sua morte, il celebre scienziato Albert Einstein si unì al filosofo matematico Bertrand Russell e ad altri eminenti scienziati per scrivere un accorato appello per un mondo libero dalle armi nucleari, il Manifesto Russell-Einstein.

Il Manifesto si rivolge a tutti gli esseri umani, senza distinzione e chiama a raccolta gli scienziati per discutere le conseguenze delle armi di distruzione di massa nel mondo.

La presenza delle armi nucleari è catastrofica e tutti gli Stati dovrebbero bandirle. Sarà dunque necessario un accordo tra Stati per rinunciare alle armi nucleari e agire insieme per promuovere la pace: finché vi saranno conflitti, ci sarà sempre l’incentivo a fabbricare armi nucleari.

Il Manifesto si conclude invitando il congresso, gli scienziati/e di tutto il mondo e le persone comuni a sottoscrivere la risoluzione che invita tutti “i governi del mondo a rendersi conto, e a dichiararlo pubblicamente, che il loro scopo non può essere ottenuto con una guerra mondiale” e a trovare “di conseguenza i mezzi pacifici per la soluzione di tutti i loro motivi di contesa.”

Sulla base del Manifesto, nel 1957 Joseph Rotblat, Bertrand Russell e altri hanno creato le Conferenze Pugwash sulla scienza e gli affari mondiali, premio Nobel per la Pace (1995), un’organizzazione internazionale di studiosi e personaggi pubblici che lavorano per l’abolizione delle armi nucleari e per promuovere risoluzioni pacifiche dei conflitti.

Oggile lancette dell’Orologio dell’apocalisse, l’orologio simbolico creato dagli scienziati del Bulletin of the Atomic Scientists nel 1947 che simboleggia l’urgenza di agire rispetto all’esistenza di armi nucleari capaci di mettere fine alla specie umana, sono ferme a 100 secondi alla mezzanottenon siamo mai stati così vicini alla fine del mondo.

Secondo un recente report pubblicato da ICAN, nel 2020, nel pieno dell’emergenza sanitaria scaturita dalla pandemia gli stati possessori di armi nucleari hanno continuato a spendere enormi somme di denaro per le loro agende nucleari, arrivando alla terrificante cifra totale di 72,6 miliardi di dollari.

Tuttora non siamo arrivati a decidere se considerare l’utilizzo stesso delle bombe come vantaggioso oppure un crimine contro l’umanità.

Eppure, le donne e gli uomini hibakusha (i sopravvissuti alla bomba atomica e ai test nucleari) ci riportano instancabilmente alla realtà, ricordando l’effettiva entità delle armi nucleariun’arma di distruzione di massa, progettata per distruggere gli esseri umani in un istante.

Un mondo libero dalle armi nucleari è possibile, e il Manifesto Russell – Einstein afferma l’unica condizione necessaria affinché diventi realtà: “Come esseri umani ci rivolgiamo agli esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto.”

Albert EinsteinBertrand RussellDisarmoManifesto Russel-EinsteinOrologio Dell’apocalisse

Nel 1972 quando entrò in vigore la legge  che riconosceva agli  obiettori di coscienza al servizio militare di fare un  servizio civile sostitutivo, la diocesi di Ivrea fu una delle prime (con la comunità di Capodarco a Fermo e con l’ospedale psichiatrico del prof Basaglia a Trieste) ad avere degli obiettori presso la Casa dell’Ospitalità della diocesi di Ivrea.  Uno dei primi a usufruire di questo servizio fu il romano Carlo Di Cicco.

Terminato il servizio civile scelse la strada del giornalismo e attraverso molte collaborazioni con testate nazionali, riviste e la RAI chiuse la sua carriera come vice-direttore dell’Osservatore Romano.

La sua presenza a Ivrea e il suo interesse per problematiche sociali lo portarono anche a seguire il movimento Pax Christi tanto che dal 1980 al 1990 fu direttore responsabile del bollettino nazionale del movimento.

Ora, pensando a quei momenti, al passato e al futuro del movimento, ha scritto un libro con l’intenzione di fissare un periodo importanti della sezione italiana.

Il libro ha un titolo un po’ strano: “Da Pinocchio a Pax Christi – La lunga marcia della pace” (edizione All Around), e il legame fra la storia del burattino monello e quella della pace viene ben spiegato all’interno del testo.

E cosa vuole essere il suo libro ce lo spiega bene nelle brevi righe di presentazione: “ non è una storia di Pax Christi, non è una sua apologia, né un grido di allarme per la pace, al tempo di speranze deboli minate dalla pandemia Covid-19, è piuttosto la memoria di una stagione breve e felice come una favola avverata, quando il movimento, nel decennio della caduta del muro, con la guida di Luigi Bettazzi e di Tonino Bello, nel solco del Vangelo riletto dal concilio vaticano II, sperimentò la fede in Gesù di Nazareth come fraternità liberante per la pace  – armonia delle diversità fondata su verità,, giustizia, amore e libertà  –  garantita dal dialogo , condivisa con i poveri e con “sora nostra Madre Terra. …”

Di Cicco nel testo ci parla della pace attraverso Pax Christi e viceversa,  ma se ci parla di un periodo passato è per proiettarci nel futuro.  

Sfogliando le pagine e leggendo qua e là a volte si resta felicemente sorpresi da quanto si sia cercato di realizzare e altre volte si resta un po’ sfiduciati se si pensa ai risultati ottenuti e a quanto resta ancora da fare.   Ma la visione di pace che Carlo Di Cicco ci propone attraverso l’esperienza di Pax Christi non è una visione  irenica ma reale e come tale frutto dell’impegno di tutti. Per chi ha vissuto quegli anni è un po’ come ricordare gli amori  giovanili e riprendere slancio e speranza, per chi ne ha solo sentito parlare è un‘occasione non solo per conoscere il passato ma soprattutto per  crescere in un cammino nuovo e con esperienze nuove ma nella continuità.

Grazie, Carlo, e auguri a te e famiglia.

gustavo gnavi  – Punto Pace Ivrea      

Nella Giornata Mondiale del Rifugiato 2021 chiediamo la piena inclusione dei profughi e dei migranti in ogni ambito della società, dal lavoro allo studio e alla salute.
Le persone costrette a fuggire dalle loro case lottano per ricostruire un futuro in dignità. Noi siamo al loro fianco tutti i giorni e chiediamo alle comunità e ai governi di sostenerli in questo sforzo.

Centro Gandhi Ivrea, MIR, Fraternità CISV di Albiano


KHALED è uno dei quattro profughi attualmente ospiti della Comunità del Castello di Albiano d’Ivrea

Khaled è somalo ed ha 20 anni.

Suo padre era un giornalista che si espose contro Al-Shabab: quando Khalid aveva 13 anni le guardie diedero fuoco alla sua casa, uccidendo a colpi di arma da fuoco il padre e il fratello maggiore (la madre e i fratellini più piccoli non si sa tuttora che fine abbiano fatto).

Inizia così il suo viaggio della speranza. Corre più che può fino alla cittadina vicina, dove un amico gli da un paio di scarpe e dei soldi.

Raggiunge lo Yemen dove incontra Mohamed, passa per il Sudan e raggiunge la Libia, dove viene imprigionato (ci resta per 1 anno e 2 mesi).

Viene torturato e si salva perché in fin di vita (si prende la tubercolosi).

Riesce ad arrivare a Tripoli, dove viene portato al Centro di detenzione di Tajura e organizza una fuga su un gommone insieme ad altri ragazzi. Vengono beccati dalla polizia, che spara al barcone (Khaled riesce a salvarsi poiché in grado di nuotare). Li riportano a Tripoli, dove riesce a trovare lavoro come cameriere in una mensa. Un giorno, dopo il suo turno di lavoro, esce a farsi un bagno in mare quando improvvisamente inizia un bombardamento della città da parte delle forze del generale Haftar: l’albergo che ospitava la mensa ufficiali  viene completamente distrutto e lui si salva per miracolo.

Riesce a sentire Mohamed, ritenta la via del mare, e, grazie all’intervento della SeaWatch3, riesce ad arrivare in Italia.

La sua storia, insieme a quella degli altri tre giovani africani, è presentata nella piccola esposizione di quadri realizzati dagli studenti del Liceo Martinetti di Caluso.

Con loro quattro e con la comunità del Castello, ieri sera abbiamo cucinato e mangiato la cena di autofinanziamento del Centro Gandhi di Ivrea: tra gli amici convitati c’erano anche Mons. Luigi Bettazzi e i coniugi Angela e Beppe Marasso.

Abbiamo ancora una volta sperimentato la gioia della convivialità e della solidarietà,  ricordando anche le attività per la pace e la solidarietà di questo anno e abbiamo pensato a quello che insieme potremo fare nei mesi a venire.

Pierangelo

altre testimonianze:

MOHAMED

Mohamed è un ragazzo di 22 anni che viene dalla Somalia (Mogadiscio).

Lì la vita è molto povera, rimane orfano di padre.

A 16 anni lascia la casa, raggiunge a fatica l’Arabia Saudita, dove trova lavoro come giardiniere in una famiglia ricca, che gli affida il cane Cookie. Conosce una ragazza di cui si innamora follemente e riesce a mandare qualche soldo alla famiglia.

Un giorno, però, a seguito di controlli della polizia sul pullman su cui viaggiava, poiché sprovvisto di documenti, venne arrestato e dopo 24 giorni in prigione, viene rispedito a Mogadiscio. Di nuovo lascia la Somalia e arriva in Yemen, dove incontra Khaled. Passando per il Sudan arrivano in Libia, dove vengono rinchiusi e torturati in una prigione a Kufra.

Dopo nove mesi viene trasferito al centro di detenzionedi Tajura (Tripoli), finchè nel 2019 un bombardamento fa saltare in aria parte della prigione. Dopo due tentativi finiti in naufragio, Mohamed riesce ad arrivare in Italia, grazie alla SeaWatch3, una nave che ha portato in salvo molti migranti.

 

ISMAIL

Ismail viene da un piccolo villaggio di pastori nel deserto del Chad, dove la luce manca, internet si trova solo nella città distante qualche ora a piedi, e non sempre si riesce ad avere la pancia piena (un giorno con altri 10 coetanei decide di cacciare una giraffa a cavallo con le lance, rischiando molto, poiché è vietato alla popolazione locale, ma non sempre invece agli occidentali, che si divertono pagando l’esperienza della caccia esotica nelle riserve).

Decide di partire in cerca di lavoro, e intraprende un viaggio molto lungo. Era spesso costretto a lavori forzati. Sperando in un passaggio in pick-up verso Tripoli, viene invece  rapito dalla milizia. Ha il torto di nascondere i pochi soldi conservati nelle calze e si rifiuta di unirsi alla milizia. Lo beccano e lo torturano, finché lo caricano su una macchina portandolo in una sorta di prigione su una montagna, dove ci sono anche bambini e donne.

Ismail si salva facendo servizi di pulizia alla milizia e serve alcol ai miliziani nelle serate di baldoria, fino a farli vomitare;  nel buio della notte, con la scusa dell’ennesimo giro a portare la spazzatura, lancia invece nella boscaglia le chiavi delle macchine dei miliziani (in modo da non essere seguito) ed inizia a correre nella prima direzione utile (ferendosi gravemente ad un piede nel buio del bosco).

Grazie a degli amici riesce ad arrivare al confine con la Tunisia; viene caricato su un barcone insieme ad altre 91 persone.

Vengono circondati da 4 elicotteri e altre navette, e come in un inseguimento da film, riesce a raggiungere Lampedusa.

 

 MADAR

Madar ha 19 anni ed è originario di Berbera, la cittadina dell’amore, affacciata sul mare del Corno d’Africa. Berbera è anche la cittadina che ospitò un famoso poeta somalo, Elmi Boodhari, che compose versi bellissimi per la sua amata, prima di scoprirla data in sposa ad un altro, e per il dolore, morirne. Da qui Madar parte, sperando di uscire dalle quattro pareti malmesse vicino al porto, che compongono la casa della sua famiglia; resta orfano del papà, vittima di conflitti mai sopiti tra clan differenti. Passa mesi attraverso gli stessi snodi detentivi che toccano ai migranti in Sudan e Libia; viene torturato a Kufra, dove si ammala gravemente. Una guardia vedendolo in condizioni ormai indegne di un essere umano un giorno gli apre la porta e gli dice: “tu sei morto, vai via”. Invece riesce ad arrivare a Tripoli nonostante una grave tubercolosi, lavora in una piantagione di datteri. Si mette per mare con tutti i risparmi, e arriva a Lampedusa.

 


CON ALTRI OCCHI: LA STORIA DI QUATTRO MIGRANTI RACCHIUSA IN OTTO TELE

mostra al Castello di Albiano dal 14 Giugno scorso

Ecco quello che credo sia il primo incontro dei canavesani con Pax Christi. Si tratta di una “route” internazionale che partiva da Chivasso e, a piedi, arrivava al santuario di Oropa. Siamo nell’Estate del 1955 e la prima cosa che si nota è che le ragazze non indossavano ancora i pantaloni.

Gustavo Gnavi
L’arrivo della “Route” a Caluso
i “routiers”  sono accolti nel cortile della Scuola Agraria
perfettamente in fila, i “routiers”  attraversano Caluso per recarsi in chiesa parrocchiale dove, dopo un momento di preghiera, verranno affidati alle famiglie che li ospiteranno per cena e per dormire
Foto 4-5-6.  Dopo cena i “routiers” incontrano la gente del paese ospitante. Il capo route illustrava Pax Christi e dopo i “routiers” presentavano canti, balli e scenette di ogni nazione. Qui siamo nel salone dell’Oratorio S. Andre

La Rete Italiana Pace e Disarmo ritiene inaccettabile e fortemente preoccupante l’esercitazione militare Falcon Strike 2021 in corso in questi giorni in Italia tra l’Aeronautica Militare Italiana, la US Air Force, la Royal Air Force britannica e l’aeronautica militare israeliana (IAF). E’ la prima esercitazione congiunta in cui sono impiegati i cacciabombardieri F-35 italiani a fianco non solo di quelli di Paesi alleati (Regno Unito e Stati Uniti) ma di Israele.

Chiediamo che questa esercitazione militare venga sospesa fino a quando non vi saranno informazioni precise al riguardo ed invitiamo il Parlamento ad interpellare urgentemente il Ministro della Difesa.

Come noto, gli F-35 israeliani hanno fatto il loro debutto operativo durante l’operazione “Guardiani del muro” con intensi bombardamenti sulla Striscia di Gaza che hanno ucciso 230 palestinesi, la gran parte civili, inclusi 65 bambini, 39 donne e 17 anziani e ferito più di 1.710 persone. Bombardamenti che hanno colpito anche la sede della stampa internazionale ed hanno sfiorato la sede dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, colpito 58 scuole e 8 centri sanitari. Come ha evidenziato l’Alto Commissario per i Diritti Umani, Michelle Bachelet, “tali attacchi possono costituire crimini di guerra”. Proprio per questo il Consiglio dei diritti umani dell’Onu promosso un’inchiesta internazionale sulle violazioni dei diritti umani commesse da Israele nei Territori palestinesi occupati e in Israele da aprile: la risoluzione è stata adottata con 24 voti favorevoli, 9 contrari e 14 astensioni (tra cui l’Italia) durante una riunione straordinaria del Consiglio lo scorso 27 maggio. 

La notizia dell’esercitazione militare è stata data, con grande enfasi, da parte della Israeli Air Force (IAF) mentre non è stata riportata in alcun modo né dal nostro Ministero della Difesa né dall’Aeronautica Militare italiana. E’ evidente l’imbarazzo per un’operazione che durerà per 10 giorni, dal 6 al 17 giugno, e che prevede un ampio dispiegamento di mezzi militari italiani (tra cui i caccia multiruolo Eurofighter Typhoon, i caccia da combattimento AMX, droni Predator ed elicotteri Augusta-Westland): secondo fonti israeliane verrà utilizzato anche “un gran numero di batterie di missili terra-aria” contro i caccia F-35 per creare “un’atmosfera piena di minacce”.

Ancor più preoccupante è che l’obiettivo dichiarato di questa esercitazione militare sia l’Iran: l’esercitazione sarebbe infatti volta a preparare i piloti israeliani nell’utilizzo dei caccia contro le forze iraniane. “L’Iran è il nostro obiettivo”, ha detto un alto ufficiale israeliano parlando sotto anonimato ai giornalisti. Riteniamo che indicare l’Iran come potenziale nemico da attaccare sia gravissimo e controproducente sopratutto in questa fase in cui l’Unione Europea è attivamente impegnata per la ripresa dei negoziati riguardanti il programma nucleare militare iraniano. 

Chiediamo pertanto che questa esercitazione militare venga sospesa fino a quando non vi saranno informazioni precise al riguardo ed invitiamo il Parlamento ad interpellare urgentemente il Ministro della Difesa affinché renda conto dell’esercitazione in atto, delle sue finalità e delle ripercussioni sui processi di distensione nella zona mediorientale e sulla politica estera e di difesa dell’Italia che, come sancisce la nostra Costituzione, “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (articolo 11). 

Ricordiamo infine che relativamente alla drammatica situazione in Palestina ed Israele la Rete Italiana Pace e Disarmo ha diffuso nelle scorse settimane, insieme a numerose organizzazioni, la lettera aperta: “Occorre fermare la violenza, rimuovendone le cause, e riconoscere lo Stato di Palestina”.

apri altri collegamenti di rete su questo argomento:

IL MANIFESTO, 9 Giugno 2021

L’UNITA’.NEWS, 9 Giugno 2021

ANALISI DIFESA, 8 Giugno 2021

Vi segnalo un seminario organizzato dal Centro Studi Sereno Regis e dal Coordinamento piemontese di cittadini, associazioni, enti e istituzioni locali contro l’atomica, tutte le guerre e i terrorismi, dei quali fa parte il Centro Gandhi. Al seminario interverrà anche l’amico Norberto Patrignani, su informatica e guerra.

Pierangelo Monti, MIR

https://www.agite-to.org/…/01/seminario-le-armi-nucleari/


Da Torino arriva l’interessante proposta: un incontro in rete sulle armi nucleari, proposto martedì 8 c.m. dalle ore 17 alle ore19.30. E’ vero che l’orario non è dei migliori (direi per pensionati sulla sedia a rotelle) ma ogni tanto, se non si hanno grossi e improrogabili impegni, uno sforzo si può fare.Insieme a Pierangelo Monti, vi giro la locandina e quanto serve per il collegamento in rete.

Gustavo Gnavi, Punto Pace Ivrea

articolo del 30 Maggio 2021 su PRESSENZA (pressenza.com) L’ANTIDIPLOMATICO

Si sa che i segreti sono fatti per essere rivelati e prima o poi sono conosciuti da tutti. Capita così anche per le armi nucleari: si sa ma non si dice. Ogni tanto però qualcosa trapela a confermare quello che già tutti sanno. Aprite il link e leggete quanto segue e soprattutto le ultime righe e capirete a cosa servono le armi atomiche. O no?

Gustavo Gnavi

Necessaria più come mai una premessa. Oltre alla fuga di queste informazioni, è altresì giusto ricordare la pericolosità di queste armi sul nostro territorio e il servilismo della politica italiana che, in pratica, da sempre, si tiene lontana dall’affrontare questo problema, senza per altro porre mai una domanda fondamentale e semplice: cosa ci fanno queste armi in Italia?
Finora, particolare non da poco, la presenza di questi ordigni nucleari non era mai stata del tutto confermata.
 
Il ministero della Difesa italiano dovrebbe delle immediate e chiare spiegazioni in merito.
Come ha riferito GreenPeace, lo scorso 1 dicembre 2020, “anche se l’Italia non lo ha mai ammesso ufficialmente, nelle basi militari di Ghedi e Aviano, nel Nord Est, sono custodite circa 40 bombe nucleari americane. E il danno potenziale di un attacco terroristico contro i due bunker atomici del nostro Paese sarebbe enorme: a calcolarlo è stato lo stesso ministero della Difesa, in uno studio di qualche anno fa che una fonte riservata ci ha illustrato. Un rapporto tenuto rigorosamente segreto, condiviso solo con i vertici militari e politici e con i responsabili della sicurezza nucleare, secondo il quale le persone raggiunte dal fungo radioattivo sarebbero da 2 a 10 milioni, a seconda della propagazione del vento e dei tempi di intervento.”
Veniamo al fatto.
Da cosa è nata questa “fuga” di informazioni? Le enormi quantità di dati che le forze armate statunitensi, in particolare quelle incaricate della custodia delle armi nucleari, devono conoscere non sono facili da memorizzare e alcuni soldati hanno utilizzato applicazioni flashcard popolari  a tale scopo.
Senza rendersene conto, hanno fatto trapelare molti dettagli dei protocolli di sicurezza segreti relativi alle armi nucleari e hanno inavvertitamente confermato il loro schieramento in tutte le basi in Europa dove la loro presenza era già sospettata, rivela Bellingcat .
I giornalisti hanno scoperto che i soldati americani hanno utilizzato applicazioni come  Chegg,  Quizlet  e  Cram , dove hanno persino identificato gli spazi esatti in cui erano immagazzinate le armi nucleari e menzionato le posizioni delle telecamere, la frequenza delle pattuglie, gli identificatori univoci che hanno deve avere coloro che lavorano in aree ad accesso limitato e le parole segrete.
Le schede, che per tutto questo tempo sono state di dominio pubblico perché i loro autori apparentemente non hanno scelto la modalità privata nella configurazione delle app, contengono anche dettagli specifici relativi alle funzioni di lavoro, istruzioni sulla composizione di password e nomi utente (se o non possono includere spazi), oltre a dati di base come definizioni di termini, sigle, leggi, procedure e protocolli radio.
In alcuni casi, la negligenza è stata tale che i militari hanno utilizzato i loro nomi completi nelle applicazioni, mentre alcuni hanno inserito la stessa foto del profilo che avevano nel proprio account LinkedIn, il che ha facilitato la loro identificazione ai giornalisti, che hanno contattato la NATO, il Pentagono e altri rilevanti autorità prima di pubblicare la loro indagine a causa delle “potenziali implicazioni per la sicurezza pubblica”.
Nel frattempo, grazie a parole chiave come ‘cold’ e ‘hot’ (‘freddo’ e ‘caldo’), gli utenti di popolari piattaforme di apprendimento hanno rivelato la presenza di armi nucleari  nelle basi di Aviano in Italia,  Volkel in Olanda e tutte le altre luoghi in Europa che avevano queste armi, secondo i documenti trapelati dai  resoconti dei media  che finora non avevano mai ricevuto conferma ufficiale.
Tali strutture includono la base turca di Incirlik, quella italiana di  Ghedi , la tedesca  Buechel  e la belga  Kleine Brogel , riporta Bellingcat.
Alcune memory card che il team dei suddetti media hanno visionato erano pubbliche dal 2013, mentre le ultime risalgono ad  aprile di quest’anno.
Tuttavia, tutti sono scomparsi da Internet dopo che i giornalisti si sono rivolti alla NATO e alle forze armate statunitensi per un commento.
L’US Air Force ha confermato di essere a conoscenza dell’uso di questo tipo di applicazione da parte dei membri del servizio per studiare “un’ampia varietà di argomenti”, ma ha sottolineato che non vi erano raccomandazioni ufficiali sull’uso di queste risorse e si è rifiutata di commentare i protocolli di sicurezza
Da parte sua, il ministero della Difesa olandese ha dichiarato a Bellingcat di non poter commentare il numero o l’ubicazione delle armi nucleari a causa di accordi con la NATO relativi a questioni di sicurezza.
“Il segreto sulle armi nucleari in Europa esiste solo per proteggere i politici”
Un esperto del controllo degli armamenti consultato da Bellingcat, Jeffrey Lewis, ha affermato che le rivelazioni dei giornalisti riflettono una “evidente violazione” nei meccanismi di sicurezza relativi alle armi nucleari statunitensi schierate nei paesi membri della NATO.
Allo stesso tempo, Lewis ha sostenuto che la segretezza intorno allo schieramento di queste armi in Europa esiste “non per proteggere le armi dai terroristi, ma solo per proteggere i politici e i leader militari dall’essere costretti a rispondere a domande difficili sul fatto che gli accordi sui piani di consegna nucleare della NATO abbiano senso ancora oggi”. “Questo è un ulteriore avvertimento che queste armi  non sono sicure” , ha avvertito.
LA REDAZIONE DE L’ANTIDIPLOMATICO